Il coraggio delle scelte


Sembra che stia diventando una tradizione, e forse il dato non è casuale, che il Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati si svolga in periodi nei quali l’attacco portato all’indipendenza dell’ordine giudiziario sembra farsi più serrato. E’ accaduto in occasione del XXIV Congresso, che ebbe a suo tema principale i lavori della Commissione Bicamerale, che facevano presagire l’inserimento nella Carta Fondamentale di alcuni principi in materia di giurisdizione che alla magistratura associata apparivano come pericolosi per l’indipendenza ed autonomia dell’ordine giudiziario; accade di nuovo in occasione del programmato XXV Congresso, che si svolge a ridosso di una consultazione referendaria che vede nei quesiti sulla giustizia uno dei temi fondamentali e che, nelle intenzioni dei proponenti e nell’immaginario collettivo, è vissuta come un referendum a favore o contro la magistratura.Questa situazione è foriera di un duplice ordine di rischi che corre lo svolgimento del Congresso. Infatti, pur avendo esso a tema l'effettività dei diritti e l'efficienza delle decisioni, la tentazione della magistratura associata potrebbe essere quella di lasciarsi prendere dalla sindrome della “cittadella assediata”, e, quindi, chiudersi a riccio rispetto alle istanze che provengono dalla società civile ed ai problemi che affliggono il sistema giudiziario nel nostro Paese, limitandosi alla denuncia, pur legittima, ed a chiamare a raccolta intorno alla bandiera dei sacri principi quanti in essi si riconoscono. In questo caso, le risposte che verrebbero dal Congresso sarebbero, sostanzialmente, la lamentazione dei mali esistenti, l'indicazione delle colpe degli altri, la difesa acritica o quasi del sistema in vigore, e, in nome della necessità di fronteggiare il pericolo incombente, sarebbe messa la sordina anche alle questioni che riguardano più direttamente il modo d’essere della magistratura associata, che appare, invece, in grave crisi d’identità.L’effetto sarebbe, inevitabilmente, quello dell’isolamento rispetto ad un’opinione pubblica insoddisfatta della resa di giustizia in questo Paese e che è interessata, piuttosto che alla ricerca dei colpevoli, all’individuazione di sistemi per migliorare la situazione. E, comunque, la magistratura associata verrebbe meno alla sua vocazione istituzionale ed al compito che si è prefissa allorché ha fissato il tema centrale del Congresso..Il Movimento per la Giustizia ritiene che questo pericolo vada evitato, e che, invece, dal Congresso debba venire il riconoscimento dell’insostenibilità della situazione esistente, e che la denuncia della mistificazione contenuta nei quesiti referendari e dell’inaccettabilità delle soluzioni offerte, debba essere accompagnata da proposte chiare e coraggiose, sia a livello normativo, sia, e forse soprattutto, dei comportamenti tenuti nel concreto da tutti gli operatori della giustizia.L'obiettivo del Congresso, quindi, deve essere quello di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica sui temi dei diritti e delle garanzie, che sono sistematicamente violati dall'inefficienza del sistema giudiziario. Ma per fare ciò, bisogna individuare con coraggio le soluzioni da proporre.
Ciò ancor più in quanto ai quesiti referendari non pare possibile dare risposte trancianti, ed i problemi che essi pongono sarebbero sì aggravati nel caso di loro accoglimento, ma resterebbero comunque insoluti anche nell'ipotesi in cui fossero respinti o non si raggiungesse il quorum partecipativo.
Partiamo dal quesito che sembra di più facile soluzione, che è quello sul divieto di incarichi extragiudiziari per i magistrati. La magistratura associata da sempre si è pronunciata per una drastica riduzione di questi incarichi, sia per i magistrati ordinari che per quelli amministrativi, consapevole dei problemi di efficienza del sistema giudiziario, che impongono di non distrarre energie dal lavoro quotidiano, e di quelli, molto più gravi, di tutela dell'immagine di terzietà del magistrato e di pericolo di contiguità con ambienti politico-economici, nei quali maturano le designazioni per incarichi lucrativi. Le vicende relative agli arbitrati ed a certe commissioni di collaudo, e le battaglie fatte al riguardo dall’Associazione o da parti di essa, appartengono alla storia della magistratura. Apparentemente, quindi, l'approvazione del quesito non dovrebbe suscitare perplessità. A ben vedere, invece, si scopre che il positivo esito referendario non avrebbe effetto alcuno sulla partecipazione dei magistrati agli arbitrati, ed imporrebbe, invece, il divieto da una serie di incarichi di studio, come quelli relativi ad insegnamenti universitari o a partecipazione a Commissioni di studio, che non solo costituiscono un arricchimento culturale per il singolo magistrato, ma consentono di mettere a disposizione del Paese le esperienze maturate in campo professionale. Inoltre, produrrebbe una situazione di stallo in alcune Amministrazioni, ed in particolare in quella della Giustizia, in virtù di un divieto generalizzato ed indiscriminato di essere presenti nelle strutture essenziali del Ministero, come, ad esempio, l'Ispettorato o l’Ufficio legislativo. L’approvazione del quesito, quindi, produrrebbe una situazione indesiderabile, in difetto ed in eccesso: non avrebbe effetto sugli incarichi più pericolosi per l’indipendente esercizio della giurisdizione; ne vieterebbe altri il cui espletamento è da considerasi positivo. E’ evidente che è necessaria una legge che riordini il settore, distinguendo tra incarichi da vietare e da consentire, e quest’esigenza si porrà in eguale misura qualunque sia l’esito referendario.Altro tema imposto dai quesiti referendari è quello della separazione delle carriere, giudicante e requirente. Anche in questo caso la risposta negativa, comune a tutta la magistratura associata, rischia di restare senza ascolto se non si oppone al progetto referendario uno di segno opposto, riconoscibile nei suoi tratti essenziali. Occorre che con coraggio la magistratura associata ad una visione conflittuale e rissosa del processo, basata sulla separazione dei ruoli, opponga una prospettiva di comune cultura di magistrati, giudici e pubblici ministeri, ed avvocati, con tutte le ricadute che essa ha in tema di formazione comune, di possibilità di osmosi delle esperienze, di contributo di tutti all'organizzazione del sistema giudiziario, di deontologia nell'esercizio ciascuno della propria funzione. In questo senso, la recente introduzione del principio del contraddittorio nel nostro modello costituzionale impone anche una assunzione di responsabilità da parte dell'avvocatura nella corretta gestione del processo, e va in senso diametralmente opposto a quello indicato dalla strategia referendaria. Quindi, la prospettiva non deve essere quella di allontanare i pubblici ministeri dai giudici, ma di avvicinare avvocati, pubblici ministeri e giudici, avviluppati nell'unica comune cultura della giurisdizione.
L'apertura alla società civile, però, ha evidenti conseguenze anche nell'esame dei problemi, da quelli più immediati del reclutamento, delle scuole di specializzazione, del coinvolgimento della classe forense nell'organizzazione della giustizia, a quelli da guardare in prospettiva, come le riforme ordinamentali. E' certo operazione difficile, soprattutto in un momento in cui all'interno dell'avvocatura associata paiono prevalere le posizioni più estremiste, ed il dialogo sembra impossibile. Eppure è nostra convinzione che, nonostante tutto, occorra ribadire con forza le idee che ci sono proprie, e che il Movimento propugna da tempo, ed operare di conseguenza, nella convinzione che proprio le contrapposizioni frontali esaltano, in entrambi i campi, le posizioni più intransigenti e corporative.
L'ultimo quesito referendario riguarda la legge elettorale per la scelta dei componenti togati del C.S.M. . Esso intende colpire la divisione dei magistrati in gruppi organizzati, ritenuta foriera di rischi per l'indipendenza della magistratura, a causa della connotazione "politica" dei gruppi stessi. Anche in questo caso, il quesito è mal posto, e dà soluzioni sbagliate. Infatti, la divisione in gruppi organizzati discende dalla naturale differenza di opinioni sulle questioni della giustizia e dall'insopprimibile diritto costituzionale dei magistrati, come di qualsiasi altro cittadino, di associarsi liberamente tra loro. Le divisioni esistenti non corrispondono a quelle esistenti nel mondo politico e, peraltro, la storia di questo Paese insegna che sono molto più pericolosi per l'indipendenza dalla magistratura contiguità occulte e collateralismi nascosti, che non la professione palese di idee e orientamenti. L'unico effetto dell'accoglimento dei quesiti referendari, come dimostrato da recenti studi, sarebbe quello di colpire il gruppo più piccolo, e meno ideologizzato, mentre quelli più compatti e meglio organizzati aumenterebbero la loro rappresentanza ed il loro peso specifico. E, cioè, proprio ciò che i referendari dicono di voler evitare. In realtà, il vero problema che riguarda l'attuale assetto delle correnti, è diverso e, se possibile, più grave. Infatti, nel tempo, le iniziali divisioni formatesi sulla base di idee e programmi diversi, si sono progressivamente affievolite, tanto che è constatazione comune che attualmente vi sono differenze di opinioni profonde su temi fondamentali, sia ordinamentali che processuali, che attraversano trasversalmente i vari gruppi. Questi, allora, si sono ritrovati sempre più intorno alla semplice idea dell'appartenenza, e ciò ha avuto conseguenze disastrose, soprattutto nella gestione dell'autogoverno. Quindi, il compito di chi intende promuovere un profondo rinnovamento nel modo d'essere dell'Associazione, è oggi quello di destrutturare le attuali correnti, in modo da consentire una ristrutturazione in gruppi che si dividano sulla base di opzioni ideali che si confrontano democraticamente tra loro. E' opinione del Movimento che questo obiettivo non può che essere raggiunto attraverso la mobilitazione dei colleghi, che nel concreto e nelle singole sedi, si riconoscano non intorno ad etichette, ma a progetti concreti. Compito dell'Associazione è quello di favorire il rinnovamento, e di non soffocarlo, come invece gli altri gruppi tendono a fare ogni qualvolta vedono in pericolo la loro stessa esistenza. In questo dibattito, assume certamente importanza, anche se non decisiva, la questione della legge elettorale, sia del CSM che interna all'ANM. Quindi, ancora una volta, al quesito referendario va opposto un progetto qualificato, che riconosca l'esistenza dei problemi e cerchi di darvi soluzioni. Il Movimento, cosciente di questo dovere che incombe sull'Associazione, ha proposto che l'Assemblea Straordinaria programmata a margine del Congresso sia dedicata all'esame di questi temi, ed ha presentato proposte di modifica dello Statuto dell'ANM, ed in particolare dei meccanismi elettorali. Siamo perfettamente consapevoli che esse non sono esaustive, ma certamente il loro accoglimento segnerebbe una inversione di tendenza importante. Invece, pare che le risposte degli altri gruppi non solo siano negative, ma addirittura rasentino l'indifferenza verso questi problemi, tanto che non sono state avanzate proposte alternative, a dimostrazione che i vertici dei gruppi organizzati, al di là delle intenzioni dichiarate, nei fatti sono interessati solo alla conservazione del quadro esistente. Se ciò fosse confermato dall'esito dell'Assemblea, si tratterrebbe di un grave segnale di irresponsabilità. Ha il sapore della beffa sentirsi ripetere che i problemi esistono, ma sono talmente gravi che non è mai giunto il momento di affrontarli.
Il compito della magistratura associata, quindi, è oggi impegnativo e nobile. Occorre confrontarsi con serenità, ma con chiarezza di idee e senza atteggiamenti compromissori, sui punti focali che sono sul tappeto della discussione in tema di giustizia: comprendere che non sono più eludibili temi come quello della serietà dell'autogoverno della magistratura, dell'organizzazione degli uffici, dell'efficienza del servizio da offrire ai cittadini, della professionalità dei magistrati e della loro formazione permanente; decidere, senza tentennamenti, la posizione da prendere nei confronti dei grandi cambiamenti in atto nel mondo della giustizia; contribuire ad elaborare prospettive di intervento riformatore che coniughino l'efficienza del sistema alla difesa dei valori costituzionali; essere consapevoli, in un'unica frase, che c'è un profondo bisogno di mutare la prospettiva all'interno della quale osservare i problemi della giustizia, ponendosi dal punto di vista dell'utente della giustizia, e non da quello del magistrato. In questo modo potremo avere una magistratura credibile, forte della sua autorevolezza, che potrà difendere le guarentigie costituzionali ed ordinamentali, vissute dalla collettività non come privilegi di casta, ma come garanzie per il corretto esercizio della giurisdizione. Solo così la doverosa tutela dei singoli magistrati, impegnati nel loro difficile quotidiano lavoro in un clima avverso, spesso dileggiati e oltraggiati, potrà essere orgogliosamente presentata come difesa di valori superiori e non di una chiusa corporazione.
Se non si entra in quest'ottica, discutere di efficienza del sistema giudiziario e di effettività dei diritti potrà essere una colta esercitazione, ma non consentirà all'Associazione di far sentire chiara e forte la voce dei magistrati italiani.

Ciro Riviezzo
Segretario Generale
Movimento per la Giustizia - Proposta 88'