"Persone” detenute

Pubblichiamo, con il suo consenso, l’email di una collega magistrato che ha partecipato il 12 aprile scorso ad una visita ai due istituti di pena veneziani, organizzata da ‘Dialogo per la Giustizia’, esperienza associativa di magistrati veneti che costituisce una delle prime esperienze di quella che poi è divenuto il progetto anche nazionale di Area. Si è trattato della terza visita a Case circondariali e di reclusione del Veneto, dopo quelle di Padova e di Verona, organizzate per magistrati, anche onorari, non per ragioni ‘ispettive’ ma come occasione di conoscenza e riflessione personale.

 

Cari colleghi, quale partecipante alla visita del 12 aprile 2012 presso gli istituti di pena veneziani sono stata sollecitata a dire qualcosa: è giusto infatti che anche chi ha avuto l'opportunità di partecipare a questa significativa giornata dica quello che ne ha riportato, così propagando all'esterno l'insegnamento e l'impressione che ne ha tratto.

Devo dire che è molto diverso partecipare, sia pure quale addetto ai lavori, ad una visita al carcere così come è stata quella del 12 aprile senza che la visita sia collegata ad una "posizione processuale" di cui occuparsi, rispetto ai nostri ingressi in carcere quali PM o giudici per interrogatori o altre incombenze.

Entrando così come è accaduto a me il 12 aprile si "vedono" meglio le persone e non solo gli "'imputati", si intuisce meglio la loro vita  dentro il carcere, si capiscono le loro esigenze minute eppure così importanti - il sopravitto, l'acqua minerale che manca, la piccola stanza adibita a palestra per sfogarsi che non sempre è aperta e a disposizione dei detenuti che quindi non hanno lo spazio fisico per fare movimento, i colloqui con gli operatori che mancano per il numero esiguo degli operatori medesimi , la famiglia che è lontano, la promiscuità che pesa ma che è anche l'unica forma di socialità.

Si sentono i rumori, gli odori, si vedono gli spazi e si percepiscono gli angoli angusti dentro la piccola cella dove sono in 7 o anche in 10 con letti a tre piani e con mobiletti piccoli e scrostati che non riescono a contenere i loro effetti personali.

Si immaginano i tempi  lunghissimi da trascorrere lì dentro giorno e notte, anno dopo anno:  21 ore dentro la cella e 3 ore fuori la cella ma sempre dentro le mura, si vede la televisione con il canale da vedere tutti assieme e che in alcuni carceri è scelto dalla direzione, si vede lo spioncino del bagno di ogni cella che dal corridoio per regolamento deve essere visibile alle guardie anche mentre il detenuto è dentro e anche lì in teoria deve poter essere visto.

E si parla con alcuni detenuti che si assiepano appena al di là della porta di una cella e si ascoltano le loro storie senza porsi in alcuna posizione "processuale" ma solo appunto in ascolto : sono cinque i primi che si avvicinano alle sbarre, tutti giovani e tutti stranieri,  uno è dentro per spaccio e ha preso un anno la prima volta e dice che se lo meritava, tre anni la seconda volta ma dice che era innocente,  altri due stranieri sono lì per tentato omicidio con pena confermata in appello e non ancora decisa in cassazione e dicono che era solo una rissa dove non hanno inferto alcun colpo ma è stato un loro parente senza che loro lo potessero prevedere a dare un pugno violento con esiti gravissimi e che ha preso 10 anni infatti, un altro è pure dentro per droga e ha preso quattro anni, lui non dice niente della sua pena, non la discute ma vuole solo poter vedere la sua giovane moglie e il suo bambino più spesso, un altro è dietro loro ma non parla tanto bene l'italiano e quindi non dice niente.

Poi si parla con i detenuti nella sala-teatro: parla prima per tutti loro un veterano delle carceri, una persona di cittadinanza italiana e che appare istruita, sa bene che non possono mettere in discussione la decisione che li ha portati là, chiede solo una detenzione più umana nelle piccole cose e le elenca: e tutti noi abituati alle agevolazioni della vita del mondo libero ci rendiamo conto che la restrizione della libertà ha tanti costi aggiunti che si potrebbero evitare; poi è tutto un alzarsi di mani per parlare e alla fine parla un detenuto originario di Roma che lamenta anch'egli una situazione di grande sofferenza per le difficoltà di vedere suo figlio di 11 anni e dice una cosa che al di là della verità o meno della situazione che lamenta - 18 lettere spedite agli educatori senza avere risposta - rende benissimo il dramma che vive : dice "noi qui dentro riusciamo a sopravvivere se abbiamo la speranza di ricongiungerci un giorno, pagato il nostro debito, con la nostra famiglia, i nostri affetti ed è per questo che non vogliamo essere sradicati da tutto"...

Andiamo via che abbiamo, anche chi come me è da tempo che fa questo mestiere, il cuore stretto e i giovani che ci accompagnano - studenti in legge o in criminologia - sono ancora più di noi colpiti e si intuisce nel loro animo un senso di malessere.

Mentre ci rechiamo al carcere femminile parliamo con loro e sentiamo che la loro "freschezza" li ha resi ancora più sensibili alla situazione che hanno visto e ci raccontano quello che qualche guardia ha loro spiegato, ci fanno domande e si rendono conto che è stata una giornata davvero importante per la loro conoscenza.

Il carcere femminile è, come ha detto Lorenzo, una boccata d'aria dopo quello maschile : è infatti organizzato come una sorta di casa famiglia e la direttrice ha anche un gran merito nell'aver creato un ambiente dove le detenute circolano libere all'interno delle mura e hanno una grande socialità tra di loro; anche i luoghi di lavoro - la sartoria, la lavanderia per gli hotel e il laboratorio di cosmesi - sono in comunicazione con gli altri e si respira un' aria di comunità.

Il sole fuori nell'orto - con una volontaria che ci spiega come sono organizzate le attività delle piccole coltivazioni che fanno e del laboratorio di cosmesi, attività cui accedono in circa 13 detenute - ci scalda sia la pelle che il cuore : e la vista di una detenuta anziana con problemi psichici che porta una carriola vicino a noi in mezzo all'erba verde e che viene fatta lavorare nonostante non sappia farlo in maniera produttiva ma per aiutarla a distaccarsi dal fumo, ci fa sentire che la vita esterna lì non è lontana da loro e che il ritorno alla vita civile forse sarà per loro meno traumatico.

Un grazie davvero sentito a Lorenzo e a Gianni che hanno reso possibile una giornata così importante per la nostra comprensione, e un grazie ai magistrati di sorveglianza che ci hanno accompagnato e illustrato la situazione.

Manuela FASOLATO